Le provocazioni stile Fugs, Open Theatre e Living Thea-tre, gli happening, i love-in, le marce contro la guerra si spostavano dalle strade alle assi del palcoscenico, conquistando il pubblico più tradizionale abituato alle produzioni classiche Rodgers & Hammer-stein (Il Re ed io, Oklahoma). Il musical era improvvisato e drammaturgicamente debole, ma funzionava alla grande grazie alla fresca esuberanza degli interpreti e alla formidabile colonna sonora, una sequenza di canzoncine molto orecchiabili, più funky che rock, musicate da Galt MacDermot su testi di Rado/Ragni, destinate a scalare le hit parade (e in seguito a diventare jingle pubblicitari). L'eroe dello spettacolo era un renitente alla leva, sul palco si bruciavano le cartoline precetto, si fornicava sotto la bandiera americana, la troupe era composta da veri hippies felicemente promiscui e pelosi come yeti che si strofinavano contro gli allibiti spettatori. Nel curriculum di una delle attrici si poteva leggere: «mi piace scaccolarmi il naso, scopare, fumare roba e fare viaggi astrali». Non c'è da stupirsi se all'inizio i commenti positivi arrivarono anche dai giornali della controcultura: «è più di un musical, è il simbolo di un nuovo ordine mondiale o meglio di un nuovo disordine mondiale. Per gli hippies non è esattamente quello che per i comunisti è stato Il Capitale di Marx, ma anche nella sua versione più corrotta, Hair generalmente riflette uno dei principi base dell'underground: la politica e lo stile di vita devono coincidere» (OZ, 1969). Rimase colpita anche la regista francese Agnès Varda, che mise in piedi in fretta il film Lions Love, dedicato alle chiome leonine (e ai corpi nudi) di Ragno/Radi e della musa warholiana Viva. Hair, descritta come «una gentile dichiarazione d'Indipendenza del mondo giovanile», da Broadway si irradiò per i teatri di tutto il mondo, macinando consensi e commozioni da Buenos Aires a Istanbul, da Tokyo a Belgrado (dove il Maresciallo Tito restò piacevolmente sorpreso). Fu al centro di dure battaglie legali negli Stati
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IL MANIFESTO
del 05/03/08
di Matteo Guarnaccia
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