I capelli, sempre per citare Crosby, Stills, Nash & Young, erano la Bandiera Freak da far sventolare al vento. È in questa situazione di turbolenza follicolare che nell'aprile 1968 debuttò a Broadway (dopo un breve rodaggio nel circuito off l'anno precedente) quello che sarebbe divenuto uno dei più fortunati spettacoli teatrali americani del dopoguerra. Scritto da due attori del giro alternativo newyorkese, James Rado/ Gerome Ragni, aveva un titolo che non lasciava dubbi: Capelli. Hair - The Trìbal Love Rock Musical irrideva le più venerabili istituzioni americane, lanciando in modo impudente proclami di liberazione pansessuale e interrazziale, turpiloquio, rifiuto del consumismo e delle religioni organizzate, inni alle droghe e all'astrologia, antimilitarismo e nudismo. Proponeva un nuovo progetto di società basato sulla tribù in opposizione alla famiglia mononucleare chiusa. La spiritualità dei nativi americani lungocriniti contro la rozzezza dei capelli tagliati alla John Wayne (una delle battute più memorabili recitava: «Gli uomini bianchi spediscono gli uomini neri a combattere gli uomini gialli per proteggere la nazione che hanno rubato agli uomini rossi»). Era la scenografica concretizzazione di ciò che andava recitando il poeta Gary Snyder : «Dobbiamo tornare alla tribù perché questo implica un diverso ordine sociale, basato sulla comunità e sulla solidarietà, sulle relazioni tra persone e sulla responsabilità individuale piuttosto che su un astratto governo centrale. Qualcosa di simile agli antichi zingari europei, un gruppo senza nazione e territorio, che mantiene i propri valori. Una tribù composta da intellettuali alienati, persone creative e devianti sociali che si riconoscono tra di loro da piccoli segni di poco conto come l'avere i capelli lunghi».
Era il segno tangibile che l'underground stava tracimando nella cultura mainstream, la rivoluzione culturale hippie segnava un punto a suo favore.
continua ...
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IL MANIFESTO
del 05/03/08
di Matteo Guarnaccia
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