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hair the tribal love rock musical
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dagli Stati uniti (dove persino Disneyland era off-limit e nelle città spuntavano cartelloni con la scritta «Mantieni bella l'America, Vatti a tagliare i capelli!») all'Italia (dove nel 1966 i neofascisti di Avanguardia Nazionale si allenavano con applauditi pogrom anticapelloni). Una band famosa come Crosby, Stills, Nash & Young diede voce alle paranoie generazionali lanciando una canzone come Almost CutMyHair (Stavo per tagliarmi i capelli).
Il nomadismo giovanile inaugurò un inedito contrabbando: quello dei propri capelli. I «detentori» di una non modica quantità di chioma, si industriavano a farla passare oltre le dogane più fiscali (vedi Spagna e Marocco) nascondendola sotto strati di brillantina, retine, parrucche con capelli corti, cappellini, bendaggi e forcine. A poco servivano i rari tentativi di sdrammatizzare il fenomeno, tipo «In fondo anche Gesù aveva i capelli lunghi». Il musicista Al Kooper ha espresso perfettamente il mood dell'epoca: «Per un bianco il miglior modo per provare sulla propria pelle cosa significasse essere 'negro', era quello di farsi crescere i capelli e viaggiare per il paese. Venivi trattato come un 'negro', con la differenza che tu potevi sempre tagliarti i capelli». Ovviamente ogni vero ribelle godeva nel lasciarsi crescere i capelli, a inalberare criniere leonine, boccoloni da Assalonne, ciuffi come le onde di Hokusai. Lo facevano sentire bello, naturale, anticonformista, esprimevano una sessualità indefinita, ostentavano la sua secessione dal mondo tecnologico e militarista - oltre al fatto che facevano imbufalire i grandi e li rendevano irresistibili agli occhi delle ragazze.
La lunghezza era un lasciapassare, una garanzia, richiedeva anni di diserzione dal barbiere e chi ne faceva mostra, non poteva essere un infiltrato, era «contro».

continua ...

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IL MANIFESTO
del 05/03/08
di Matteo Guarnaccia

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