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Anzi, è quasi un altro mondo. Ogni curriculum inizia con le parole "dancer, singer, actor": se non si sanno fare almeno queste tre cose, inutile anche provarci a sfondare. Seguono poi pochi dati essenziali (altezza, peso, colore degli occhi), lavori precedenti e scuole frequentate. Tutto qui? Già tutto qui. Non c'è la data di nascita, perché, come per gli acquisti su eBay, vale la formula "visto e piaciuto". Conoscere l'età di chi si ha davanti potrebbe spingere i selezionatori a un pregiudizio (troppo giovane, o troppo vecchio). Sui curriculum non è segnalata nemmeno la città di nascita. E del resto, serve sapere che uno è nato a Rapid City o a Seattle per giudicare se è intonato?

Al sesto piano dei Chelsea Studios di New York, sul lungo corridoio si affacciano cento porte, e dietro ognuna c'è un casting. Gente che aspetta di essere scelta: è il regno della speranza. L'ambiente è spoglio. Tubi in vista, luci al neon coperte da grate, spogliatoi spartani come quelli di una caserma. In ogni aula, solo una parete di specchi, un tavolo di metallo, un pianoforte, qualche sedia. Questa è una fabbrica che sforna attori e ballerini. Niente di più e niente di meno. Tacchi alti, scollature, cravatte e minigonne suonerebbero stonate, ridicole.
Ci si viene in abiti da lavoro, perché di lavoro si tratta.
Al casting, oltre al regista Giampiero Solari, lo stesso di "Francamente me ne infischio" e di "Stasera pago io", c'è anche James Rado, che nel 1967 scrisse il musical con l'italoamericano Gerome Ragni. Rado è rimasto un hippy, e il primissimo approccio tra lui e Solari è cordiale, ma difficile. Già alla frase d'esordio del regista, «Voi hippy eravate contrari alla guerra», che pare una verità solare e inattaccabile, Rado scuote la testa serio: «No, ti sbagli. Non eravamo contrari alla guerra». Attimo di imbarazzo.

continua...


foto di Steven Klein

ANNA (31 gennaio 2008)
di Andrea Greco


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